Ultime Visioni – “Omicidio all’Italiana”, regia di Maccio Capatonda

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Vorrei inaugurare la mia serie inerente il commento cinematografico con l’ultimo film da me visto al cinema: “Omicidio all’italiana”.
Forse come scelta per inaugurare una serie non è il massimo, anzi direi pessima: il film abbraccia il genere della commedia ma, per i fan di Capatonda (pseudonimo di Marcello Macchia), la pellicola è più giusto che venga annoverata in quello che può essere definito demenziale.
Premessa: mi definisco fan di Maccio quindi forse la mia critica che farò trapelare in quanto segue è più sincera che mai.

Il film è ambientato nel fantomatico paese di Acitrullo, una piccolissima località situata nell’inesistente Molise (recupero la sottile ironia perpetrata in relazione al luogo comune che il Molise non esiste).
Acitrullo conta in tutto 16 abitanti (per lo più anziani) e la vicenda inizia a svilupparsi intorno al mancato progresso tecnologico nel paese a cui è affiancato quello dell’ignoranza diffusa nelle comunità chiuse ed isolate.
Il tema, a parer mio, è poco funzionale allo sviluppo di una trama comica e divertente anche se rispecchia uno dei tanti problemi della società attuale italiana: la necessità di connessione e la mancanza di infrastrutture per la comunicazione e per la rete idonee e all’avanguardia per lo scopo.

 

Queste problematiche vengono prese a cuore dal sindaco Piero Peluria (Maccio Capatonda) e dal fratello Martino (Herbert Ballerina) che, grazie ai finanziamenti della contessa Ugalda Martiro in Cazzati (Lorenza Guerrieri), provano a porre rimedio alla situazione fallendo ogni volta clamorosamente.
Ogni tentativo fallisce miseramente e in maniera tragicomica, la contessa decide allora di chiudere i rubinetti e si ritira in casa sua in preda alla collera con i paesani.
Il sindaco e il fratello preoccupati decidono di recarsi dalla contessa la sera per chiedere scusa.
Intrufolatosi in casa i due fratelli raggiungono il salotto deve la contessa sta cenando guardando “Chi l’acciso”, programma che tratta di cronaca nera e misteriose sparizioni diretto da Donatella Spruzzone (interpretata da Sabrina Ferilli, in formissima. Il programma TV è una sorta di mix scimmiottato delle trasmissioni “Chi l’ha visto” e “Quarto grado”).

Qui si ha il primo colpo di scena: la contessa soffoca ingerendo un “babbacchione”, il dolce tipico locale, preparato dalla badante Concetta.
L’evento è tragico ma Piero Peluria decide di sfruttarlo a vantaggio di Acitrullo, deciderà di simulare l’omicidio della contessa Martirio gettandola dal campanile e gettando il seguito il set di coltelli della contessa addosso alla contessa stessa.
Una volta rinvenuto il cadavere, la notizia si diffonde grazie al programma “Chi l’acciso” e Acitrullo viene inondata di giornalisti prima e diventa metà turistica poi.
Capatonda con questo escamotage recupera la tematica della mancata valorizzazione delle risorse turistiche italiane, soprattutto per quanto riguarda i borghi antichi, il tutto viene sapientemente e ironicamente dipinto nello stratagemma dello stereotipo sull’italiano medio attorno al quale, ancora una volta, Macchia costruisce la sua opera registica.

Insieme alla troupe del programma TV arrivano ad Acitrullo anche il commissario Fiutozzi (Gigio Morra) accompagnato dall’agente Gianna Pertinente (Roberta Mattei).
La linea comica del film qui viene recuperata attorno alle controversie legate alla ricerca di fama grazie alla TV del commissario e le reali intenzioni di risolvere il caso della Pertinente.
Passano i giorni e, in seguito all’autopsia sul cadavere della contessa, si verrà a scoprire che la causa della morte non è stata accoltellamento ma l’occlusione delle vie respiratorie; il sindaco, nascosto in una mezzena all’interno della cella frigorifera dove è stata svolta l’autopsia, fa sparire il referto autoptico e chiede al fratello Martino di farlo sparire. Il fratello ben pensa di eliminarlo gettandolo dal campanile del paese, cosi come aveva fatto con la contessa.
Ironia della sorte il documento finisce nell’ufficio del commissario.  

 

Fiutozzi va dalla Spruzzone e le mostra quanto scoperto, la donna lo intima di non rivelare nulla, di occultare la verità in quanto la televisione campa di spettacolo e non di verità.
Personalmente qui non c’è un particolare recupero di tematiche proprio di Capatonda o, per meglio dire, forse vi è un sottile riferimento alla spettacolarizzazione della cronaca nera tipica della televisione commerciale italiana.

 

Nel frattempo il paese è quasi top-rated nelle mete turistiche del Bel Paese ed è sempre più affollato di turisti, in TV invece “chi l’acciso” monta un teatrino stile Grande Fratello per individuare i sospettati e quindi l’omicida.
Il primo sospettato, grazie al televoto, ad uscire dalla farsa è Antonello Zumba, il venditore ambulante di Acitrullo.
Le indagini parallele della Pertinente rinvengono le impronte di Piero Peluria e la poliziotta decide di denunciare il colpevole in TV.
Appena il sindaco apprende la notizia dalla TV decide di fuggire insieme al fratello, Martino tuttavia è titubante e non vuole abbandonare il paesello, cosi i due litigano. Martino accetterà solo quando Piero gli promette che andranno a Campobasso, il capoluogo del Molise, posto più rinomato e attrezzato di Acitrullo.
Fuggendo tra i boschi i due fratelli arrivano alla casa di Salvatore, un meccanico rimasto ormai solo da quando il fratello ha deciso di abbandonarlo per andare a Campobasso dopo un litigio.
L’interminabile discorso del meccanico farà riflettere i Peluria sull’importanza del rapporto tra fratelli e li riporterà alla pace; i fratelli uniti si dirigono insieme verso Campobasso ma vengono intercettati dalla troupe di “chi l’acciso” e incolpati in diretta TV di essere “omicida” e “vice omicida”.

 

Ennesimo colpo di scena: durante la diretta TV la Spruzzone decide di rivelare come “scoop” la vera causa di morte della Contessa denunciando in seguito le incapacità degli investigatori della polizia che hanno portato all’accusa di due uomini innocenti e quindi “falsi assassini”.
La notizia si diffonde in men che non si dica e Acitrullo regredisce allo stato di paese deserto perchè, in seguito alla circolazione delle ultime news, anche gli ultimi originari del paesello decidono di andarsene in quanto incapaci di sopperire alla mancanza di modernità e alle tecnologie che il fiorire turistico avevano portato.

 

I fratelli Peluria sono ora in preda alla disperazione e meditano anch’essi di abbandonare il paese natio in modo definitivo mentre si struggono davanti al bar abbandonato e deserto.
Mentre i fratelli discutono giunge sul luogo l’agente Pertinente decisa a far ammettere ai due il loro coinvolgimento nell’avere inscenato un falso crimine; proprio in quel momento uno dei due fratelli ricorda che la contessa era allergica al celeberrimo Babbacchione.
L’agente si reca al commissariato e recupera la documentazione del caso e nota che nell’autopsia furono refertate diverse tracce del dolce: la contessa Martirio era dunque stata assassinata!

La notizia avvia il film al finale.
I fratelli Peluria e l’agente Pertinente si dirigono a casa della contessa per parlare con la sua badante Concetta, ora prima sospettata.
Entrati in casa i tre trovano Concetta intenta a preparare le valigie per andarsene da Acitrullo.
Smascherata dalla Pertinente, Concetta fugge ma viene bloccata in seguito ad una colluttazione con Piero che la blocca e la smaschera: Concetta in verità è Concetto, il figlio non riconosciuto della contessa Martirio in Cazzati.
Il piano di Concetto stava funzionando perfettamente ed era in atto da mesi con la finalità di intascare l’eredità della contessa.

Incastrato dal trio, Concetto decide di assassinare anche loro tre grazie ad una macchina ingegnosamente progettata per non lasciare tracce.
La macchina si aziona, il trio incatenato a tre assi sta per essere trafitto da una trabucco di coltelli ma (scena più bella del film in assoluto) interviene San Ceppato (Rupert Sciamenna), il patrono del paese che, facendo inceppare il meccanismo della trappola, li salva.

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“S’ANCEPPATOOOOOO”

Il film si chiude con l’arresto di Concetto mentre aspetta il bus alla pensilina appena fuori il paese.
I fratelli Peluria invitano tuttavia la Pertinente a rinunciare all’arresto certi che, grazie alla pochezza della giustizia italiana, Concetto non avrebbe scontato gran parte della pena e se la sarebbe cavata con poco, anzi ne avrebbe tratto vantaggio grazie alla tipica spettacolarizzazione dei processi tipica italiana.
La scena finale mostra i fratelli Peluria e la Pertinente (diventata sindaco di Acitrullo al posto di Piero che le ha ceduto la carica) nella sartoria aperta dai fratelli: Concetto lavora incatenato come inserviente, Piero fa lo stilista mentre Martino viene sfruttato come fonte di pelo umano per i capi prodotti da Piero

 

Esprimendo un parere personale, il film non mi ha particolarmente soddisfatto ne divertito nella misura dei precedenti prodotti e diretti dai protagonisti ovvero “Italiano Medio” (2015, regia di Maccio Capatonda) e “Quel bravo ragazzo” (2016, regia di Enrico Lando).
La parte comica non regge minimamente in termine di paragone con i precedenti e, forse, le tematiche di denuncia delle problematiche e degli stereotipi nazionali iniziano a perdere, insomma il solito filo conduttore dopo un po’ stufa.

 

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